mercoledì 31 gennaio 2024

Scott Speed carbon RC, primo contatto

Se non sei buono, lascia perdere!

Questo mi hanno sbattuto in faccia queste Scott piastrate da gara!



Se le cugine Pursuit non mi hanno emozionato, bhe, queste non si può dire che non abbiano carattere! O le si ama o le si odia.

La forma è tutto sommato convenzionale, con una tomaia molto traspirante, una linguetta sottile e leggerissima rinforzata dove necessario, due sottili fasce elastiche a tenerla in posizione ai lati del piede. 

La scarpa è leggera, l'intersuola con anima in carbonio è rigidissima e preoccupa da subito.
La suola, solo sui punti di attacco e uscita della rullata, sul tallone e sulla punta, è un di una gomma che pare resistente, ma al contempo grippante.

I lacci come nelle Pursuit, non mi hanno convinto. Sono scivolosi e chiedono il doppio nodo. Poi partono troppo in alto. Vorrei dessero la possibilità di stringere meglio anche l'avampiede. La calzata tuttavia è comoda, un po' più asciutta delle Pursuit, ma non fasciante. Non mi ha dato problemi.

Al contrario dei primi passi...: -Diobo mi son comprato degli zoccoli! - ho pensato per i primi chilometri di riscaldamento!
Le scarpe non flettono nulla, non ammortizzano niente. Clap! Clap! Clap!
Degli zoccoli! Avete presente quelli di legno, con le due traversine sotto, infradito, che si vedono nei film giapponesi! Quelli di Ghemon? Ecco! Quelli ho pensato di aver sotto i piedi!

Belli eeh!!! Di un giallo fluo cattivissimo, appena mitigato da una discreta linea nera. La versione running dei mitici sci Volkl! Un attrezzo che grida al mondo che sei uno sportivo di razza! Un Racer! Spostatevi tutti cazzo!
Però...., se non siete dei Racer veri, come me, attenzione che ad averle ai piedi peccate di tracotanza, e fate la figura di Danny de Vito a braccetto con Sharon Stone....!
Perché sono esattamente le scarpe sfrontate ed estreme che promettono di essere! E se non siete all'altezza avete un problema.

Così ho trascorso i primi chilometri a pentirmi dell'acquisto. - Ora comprendo perché erano in offerta! - dicevo tra me e me cercando di scaldarmi nel freddo pomeriggio. - Ma dov'è la doppia anima di cui ho letto nelle poche recensioni trovate on line...?- Mi ero esaltato alla notizia che la loro piastra è ingegnerizzata per flettete con forze diverse a seconda del passo... Più flessibile al trotto, più rigida al galoppo... Io tuttavia, mentre trotterellavo a 5:20 al km,  questa caratteristica non l'ho sentita.
Ho trovato una scarpa secca, rigidissima, stabile, che deve essere portata di avampiede con la padronanza di una buona tecnica. Se sbagli e vai per tallonare, ti sembrerà che manchi suola. Se metti il piede troppo avanti, non comprimi la piastra e lei non ti da nulla. La rullata non è contemplata.
È una scarpa fisica, analogica, affaticante. Mentre la portavo ho sentito tutto il superlavoro di compensazione dei polpacci  e soprattutto dei quadricipiti. E dopo anni anche il mio piriforme non si lamentava, pure lui ha avuto qualcosa da dire.

Certo, volendo contestualizzare, non sono in forma smagliante, le gambe un po' contratte e i miei annetti iniziano a farsi sentire, però indubbiamente la scarpa non è cushion, per usare un eufemismo! 

Poi ho iniziato con le ripetute: 10 da 300 recupero 300. La prima come sempre prudente. La sensazione a 4.30 è già migliorata, ma ancora la rigidità la percepivo distinta. Seconda ripetuta. 4.20. bene dai! Appoggio neutro, la spinta si sente, anche se non c'è quel ritorno definito e un po' scomposto che mi davano le Endorphine le prime volte di utilizzo, la scarpa inizia a lavorare. Anche chi è rigido come me fa fatica a tallonare, i 5 mm di drop sono veri e il tallone sfiora solo l'asfalto. Mi sento sicuro e ben supportato e inizio a prendere confidenza con l'appoggio consistente, ma solido. Sento bene la strada. Terza ripetuta. Scendo ancora qualche secondo. Sai che mi piace? Butto un altro po' il peso in avanti e lascio girare le gambe. La leggerezza lascia il passo assolutamente neutro. Il grip è ottimo. Nessuna dispersione di energia. Non mi accorgo di allungare la ripetuta di cinquanta metri. Figata!
Eccola qui! Mica si chiama speed carbo rc per nulla... Devi andarci veloce e lei ti asseconda al meglio. Non è fatta per altro.
Non ha la duttilità della Novablast, nè la morbidezza reattiva ma un po' instabile delle Endorphine, e tantomeno la tolleranza della Fly 3, che tuttavia è certamente meno veloce e leggera.
Facendo un paragone automobilistico, è una cazzo di formula uno stradale. Non è una Porsche, che ti fa il giro veloce del Nurburgring così come la spesa al supermercato con la stessa impassibilità... No, qui puoi esprimere tutto il tuo potenziale, ma quando finisce la sparata, ti ciucci anche tutti gli scossoni della corsia box.

Morale della favola, dovevo fare 10 ripetute, invece ho tirato l'undicesima a 4 solo per il gusto, perchè è lì che da li meglio. Io invece avevo finito, esercizi ed energie. 
Così ho impostato un defaticamento che si è ben presto trasformato in una mezza penitenza, perchè rientrando a 5:10 verso casa, è tornato quel clappete clappete di zoccoli schiaffati sull'asfalto e la sensazione di  provare a prender sonno su una panca di legno.

Specialistiche.



martedì 23 gennaio 2024

PROVA SCOTT PURSUIT

 


Oggi ho provato le nuove scarpe Scott Pursuit.
Le ho comprate a scatola chiusa approfittando di un’offerta davvero allettante, ignorando della loro esistenza, solo dopo aver avuto analoga fortuna con le sorelle da gara Speed Carbon RC, anche per garantirmi una scarpa meno specifica per gli allenamenti quotidiani.
Prima di effettuare l’acquisto ho fatto qualche indagine ricavando buone impressioni generali.
Mi aspettavo una scarpa neutra mediamente protettiva.

Primo impatto
L’estetica non è coinvolgente: l’intersuola non particolarmente sagomata e la zona sotto l’arco plantare molto piena non me la rendono attraente. Inoltre la larghezza è superiore a quanto mi aspettavo. Diciamo che è in linea con le tendenze attuali, che vogliono un’intersuola piuttosto alta e una piana larga e avvolgente. Stile Hoka per intenderci.
La Pursuit accenna queste caratteristiche, ma è decisamente più tradizionale, con un drop di 8 mm vero anche alla percezione, e un rocker discretamente accennato ma ben concepito.
Sono rimasto colpito dalla soletta otolite interna.
Anche le colorazioni (bluette/arancio) l’allacciatura ed il taglio del collo piede leggermente squadrato danno l’idea di una scarpa convenzionale, anche se in linea con lo stile scott.

Calzata

La scarpa risulta essere ampia. A parte un po’ di pressione che deriva dalla zona plantare abbastanza accentuata e che a primo acchito non accoglie il piede come a casa propria, sia il tallone che soprattutto l’avampiede e le dita hanno molto spazio sia in larghezza che in altezza. Chi ama le scarpe fascianti non troverà una buona compagna.
Ho provato a serrare bene attraverso i lacci la scarpa al collo del piede ma non si è rivelata una operazione possibile. La zona è abbastanza rigida e non si fa raccogliere dai lacci più di tanto… Forse dovrà ammorbidirsi un po'.
In ogni caso è sufficientemente comoda e la soletta non ha strane conformazioni come invece presenta per esempio la Clifton di Hoka.

Impressioni

La scarpa si rivela subito quello che è: una solida e affidabile compagna di allenamento che non riserva grandi spazi all’emozione. Tendenzialmente asciutta come risposta, assorbe bene l’impatto e consente di correre bene di avampiede. E’ molto stabile e dopo il sesto chilometro la sensazione di contatto della zona plantare è svanita.
Non concede gran ché al ritorno energetico, però consente di spingere adeguatamente senza disperdere energia. Sostanzialmente da’ la netta sensazione che stiate correndo con le vostre gambe senza trucco e senza inganno: le Pursuit fanno esattamente quello a cui sono chiamate: proteggere il piede dall’impatto con l’asfalto.
Ho anche notato con piacere che l’apio spazio in punta e il rocker ben studiato consentono di utilizzare le dita del piede in modo più attivo di altre moderne calzature e questo lo metto a vantaggio.
Nella mia mente si sta consolidando l’idea che le scarpe dotate di rocker accentuati e piastre in carbonio abbiano la brutta controindicazione di togliere lavoro alle nostre dita, rendendo la corsa meno naturale e sovraccaricando leggermente altri distretti tendineomuscolari.
Peccato per un leggero fastidio creato dal bordo della suola, che si alza di qualche millimetro a contenimento del piede, sulla parte esterna del metatarso dell’alluce (solo il sinistro).

martedì 7 febbraio 2023

Prova Asics Noosa Tri 14 - Prima impressione

La prima impressione è stata quella di una scarpa molto sincera, ma non confortevole come speravo.
Conferma di essere una scarpa da gara per distanze brevi e in questo mantiene tutto quel che promette, a dispetto di alcune recensioni che l'hanno descritta come morbida e confortevole.
Confortevole lo è, in quanto la tomaia, almeno per il mio piede, ha la giusta dimensione. Non è fasciante come una Nike, ma neppure quel tantino larga come certe Saucony o peggio Hoka.
Il drop di 5 mm si avverte chiaramente, più di quanto non lo abbia notato nella Clifton, forse anche perchè in quel caso la quantità di gomma e la maggiore morbidezza rende più ovattata la sensazione di corsa.
La Noosa invece ritorna una sensazione più asciutta. 
Asseconda bene la corsa di avanpiede, assorbe con solidità la falcata, non ritorna molta energia, ma permette di sfruttare bene la forza impressa alla scarpa, senza sprechi.
E certamente permette più di altre di sentire quel che succede sotto le suole.
Scendendo da scarpe piastrate quali le nike Fly fliknit e Saucony Endorphine Speed 2, è evidentissima la stabilità offerta, a garanzia di una corsa più naturale e meno stressante per caviglie.
Per contraltare, però, paga molto in termini di ammortizzazione ed elasticità, forse un po' troppo.
Si rivela dunque una vera e propria scarpa da Sprint, dove darà il meglio di sè per gli accorgimenti che, tra le poche, favoriscono rapidità di calzata, utilizzo senza calze e areazione del piede.
La scarpa ha infatti il collo che si prolunga all'indietro per consentire lo scivolamento del piede al suo interno, e un grande occhiello sulla linguetta per attaccarvisi. Viene fornita inoltre già in acquisto degli indispensabili lacci elastici coordinati.
L'unica perplessità riguarda la dinamica di calzata evidentemente pensata dai progettisti. L'appendice sul retro non è infatti sufficiente per essere saldamente afferrata con le dita, tirando la scarpa verso di sè, mentre si sta su una gamba sola in fianco alla bici, ma evidentemente si è pensato che fosse più efficiente consentire all'atleta di infilarvi il piede con scarpa a terra e, sfruttando il proprio peso, infilarla tirando la linguetta e scivolando sull'invito dato dalla protuberanza posteriore.
Il mio auspicio è che questo, però, non favorisca l'insorgere di crampi, dal momento che si va a sollecitare la catena posteriore della gamba, già provata dalla sessione bici.
Detto questo, la scarpa non mi dispiace, ma chiudo con la sensazione che una scarpa ben più vecchia e meno pretenziosa quale la Saucony Breakthru, a mio giudizio molto incompresa, esprimesse alla fine le stesse se non migliori qualità, pur non essendo una scarpa specifica per la triplice.
Ho corso solo 7 chilometri senza variazioni di passo, per cui potrei ritornare sull'argomento,e lo spero vivamente, e ricredermi o correggere alcune considerazioni.





mercoledì 26 giugno 2019

Infortuni e triathlon

Questo è un grande tema.
Ecco, se fossi a capo di una società di triathlon, o se ne fossi l'allenatore, la prima cosa che direi a chi si vuole iscrivere è: attenzione, lo sport può nuocere gravemente alla salute!
Così ci sarebbe meno concorrenza, ahahh!
Scherzo.
Il fatto è che uno sport di resistenza come il triathlon (in realtà tutti gli sport se praticati a livello agonistico) sottopongono a grandi stress il nostro fisico, ed è per questo che le regole fondamentali per vivere al meglio la nostra passione sono fondamentalmente tre:
1 - impara bene la tecnica;
2 - fai esercizi di rafforzamento, allungamento e massaggio
3 - prenditi dei tempi di recupero.
Ed anche così, purtroppo, si incorrerà in qualche infortunio, ma essere conspevoli e applicare queste tre regole è l'unica maniera per minimizzare i problemi.
Mi piacerebbe compilare un breve decalogo sui principali rischi di infortunio cui si sottopone un triatleta per gioco come me, in modo da far prendere consapevolezza a chi si avvicina a questo bellissimo sport sui rischi e sulle accortezze da porre in essere da subito.

Il fatto che tuttavia mi sconvolge, è che l'esperienza non è mai abbastanza, ed un mese fa mi sono procurato uno strappo di 30 mm sul polpaccio senza nemmeno rendermene conto....



mercoledì 11 luglio 2018

La Sportiva Ultra Raptor

Eccola lì: aggressiva, ha i colori minacciosi e allertanti di un'ape che ti fa un bogno così se ti avvicini. Solida, protettiva, stagna! Si vede che c'è gore-tex ovunque!
Altro che la sportina dentro le scarpe che mi consiglia con fare smaliziato il re del trail running rodigino Mister Roccia l'Aguzzino Segantin!!
Il meglio della tecnologia italiana!! Una suola che se lanci la scarpa sul soffitto ci si appiccica! No banane! E nella soletta, ortolite come piovesse, che con la punta rinforzata, i materiali ultraammortizzanti nella suola e sul tallone, la rendono il top di gamma delle mountain running della casa Trentina.
175 euro che se li dividi per i chilometri che farai negli ultratrail per cui è stata progettata, con la tomaia un po' larga per assorbire il gonfiore di un piede stressato, sono bazzecole!
Se poi la trovi in super sconto nel negozio sotto casa di una Rovigo che tra poco ci tolgono anche le Poste Centrali, è scontato che ti scende la bava, ti sale la scimmia, e te le porti a casa.
Solo quando vedi l'addebito scendere in conto ti domandi: - Ma io quando mai farò ultra trail? Quelle cose da oltre 50 km con dislivelli positivi che ti bagnano la schiena di sudore al solo pensiero? - Ma subito il tuo cervello di triathleta bulimico e vagamente bikpornaro rimuove la scomoda e troppo ragionevole domanda e si gode la vista del nuovo acquisto pregustando il primo trail sui Colli Euganei, dove non farai più la figura del "peocioso" che con le Pegasus usate trattiene il disagio su ogni ciottolo appuntito dei sentieri.
Anzi ti distinguerai dalla massa di Speedcross 4 dai mille colori quasi anni 80 per esibire l'aplomb di un prodotto supertecnico da veri intenditori che non si fuma le tacchette nei primi 100 metri di asfalto!
Finalmente, dopo 3 mesi nell'armadio, arriva novembre e ti ricordi del super acquisto e cogli la prima occasione, fosse anche l'ascesa dell'argine dell'Adige, per infilare il tuo piede Nella Scarpa.
Ci corri un po' e ti salgono dubbi amletici.
Sì, pechè se nella 42,5 ci stavi proprio strettino e la punta batteva, ora su questa 43 che si è scaldata, ci si balla un po' troppo e toh....! Il piede scivola in avanti e picchietta sulla mega protezione. E poi qualche sassolino ogni tanto entra...
Poi ti rincuori perchè fai un frontale tra il tuo alluce e un sasso nascosto sotto una foglia e bacesresti l'AD de La Sportiva per tutta quella gomma che hanno messo là davanti.
E poi sono comode dai! Nessuna interferenza sul collo, la linguetta si sposta appena ma è attaccata molto in alto e più di tanto non se ne va, i lacci sono di ottima qualità e la suola è bella rigida, gripposa, e non ti fa sentire le asperità del terreno. Tiene su roccia asciutta e bagnata, tiene su brecciolino e su fanghiglia. E non pare neppure disintegrarsi troppo facilmente. Voto 10
Sono pesantine è vero, ma non ho un passo da Kilian Jornet per cui il mondo non sarà peggiore.
Ottime in inverno, non sono importabili in estate, anche se non sono di certo le più areate.
Ottime scarpe dunque, che mantengono quel che promettono, con qualche avvertenza: la tomaia è larga e i più magri, prima di avere i piedi gonfi come zampogne perchè stanno "arando" le Dolomiti da 5 ore, tenderanno a scivolare in avanti, con il risultato che la protezione che è tanto utile contro gli urti, diventa un po' fastidiosa contro le unghie.
Si potrebbe pensare di strizzare i lacci sul collo del piede come il corsetto di una dama del '700, ma la cosa non funzia per via della rigidità strutturale della scarpa, e l'unico risultato sarà di fermare la circolazione vicino alla caviglia.
Il mio consiglio perciò è (a parte quello di arrivare un'ora prima dell'apertura della zona cambio, ahahah! cit. Maranga (letteratura da chat per chi non comprende)) di considerarle soprattutto per l'uso cui sono rivolte, ovvero ultratrail, o se non si ha un piede troppo striminzito e si cerca una calzatura top.


mercoledì 9 maggio 2018

L'allenamento basato sul cardio è superato?

Intanto colonna sonora per questo rientro nel blog dopo lungo tempo
Rimando il lungo riepilogo dell'anno sportivo intercorso dall'ultima bloggata, e con più fatica rimando pure la descrizione della bella gara di Caldaro, con grande sollievo per le natiche dei miei appassionati lettori che potranno sopportare la pressione della ciambella del water per il tempo strettamente necessario alla lettura di quanto sotto.
Sto preparando un triathlon medio, che svolgerò (scongiuri) il mese prossimo e mi sono ovviamente e disciplinatamente rivolto al mio coach Stefano Bortolami, detto Robobort, #dapaloapalo per gli amici stretti.

Così ieri sera l'allenamento in bici consisteva in una banalissima andata e ritorno da Calaone, con l'imperativo di stare almeno 10 minuti al medio.
Per i non addetti, cosa significa medio? Al telefono con Bort, che ha ceduto alle mie richieste di indicazioni del tutto sommarie, viste le scarse pretese e aspettative agonistiche del sottoscritto, abbiamo individuato il medio con la seguente rigorosa formula scientifica:
Bort:- a quanti battiti vai al massimo in bici? -
Io: -162, ... 165 battiti -
Bort:- Bon, no sta superare i 155 -
Forte di questo indiscutibile riferimento, così ho fatto: riscaldmento 10 km, 10 minuti a 155 battitti medi, riposo in scia, altri 10 minuti a 155.
Al di là dello scherzo, propongo una pagina del buonn Dr Albanesi a proposito del fondo medio, che con riferimento al battito cardiaco vale anche per il ciclismo, nella consapevolezza che le soglie per il ciclismo sono mediamente più basse di quelle per la corsa https://www.albanesi.it/corsa/medio.htm,  ed un articolo più specifico per il ciclismo, trovato in fretta, lo dico, dove c'è anche una tabellina per calcolare approssimativamente le andature https://allenamentonelciclismo.wordpress.com/allenamento/i-range-di-allenamento/
Al rientro mi ripropongo per la stessa sessione, ma un giovane e talentuoso compagno di squadra, Giorgio detto Clint Eastwood per il suo carattere aperto, sorridente e incline al dialogo, o anche Magrebino, per la barba irsuta che gli cinge le guance fino quasi a toccarsi sulla nuca, che spesso sfoggia con orgoglio,
mi si affianca e scuote la testa e mi fa:- Mah... - facendo il verso a una mia battuta ad un suo allenamento di qualche giorno prima..
- Che c'è Clint (ieri aveva la barba corta)?!?  - gli sparo
E lui:- per me vai troppo forte! -
E io: - sono a 155 bbm, come mi ha detto il Bort! -
Lui:- ma ancora a guardare i battiti?!?!? E' superato! Devi vedere i watt! -
Io di rimando: - non ce l'ho il misuratore di watt Gio', costa un botto e io comunque arrivo merdesimo -
- Non importa - mi dice - allora dovresti guardare velocità e tempo! Una gara mica la fai col battito! -
- Ok Giorgio, ma come fai su strada? Tra vento, salita, discesa, scia, come fai? -
- Bhe, a sesazione! Ormai dovresti conoscerti! -
Non mi ha convinto. Abbiamo animatamente discusso per gli ultimi 15 chilometri sull'argomento, senza venire a capo di nulla.
Giorgio si è anche quasi offeso per il fatto che non gli credessi e che non capissi.
Per quanto mi riguarda, tuttavia, per quanto lui effettivamente abbia ottenuto ottimi risultati da quando lo seguo, le teorie sui metodi di allenamento devono avere una base scientifica e una buona sperimentazione, non mi è mai piaciuto andare sulla fiducia, e nella nostra discussione, non mi ha portato argomenti persuasivi che mi convincessero.
Ora, come spesso accade, le forti divergenze nascono da parziali fraintendimenti e da carenze comunicative.
Nella fattispecie, Giorgio è un ottimo atleta ma, mi sa, uno scarso comuinicatore. Forse per la giovane età, tende a infiammarsi se non ottiene il suo scopo, e la cosa che non lo seguissi lo ha non poco scocciato.
Io, da parte mia, mi sono invece incuriosito, perchè dalla discussione sono emersi due argomenti interessanti.
Il primo riguarda il concetto di andatura media. Su questo ho convenuto con Giorgio sul fatto che non necessariamente sono nel giusto pensando di essere al medio a 155 bpm. Del resto sono consapevole di aver individuato tale soglia con metodo altamente spannometrico.
Il secondo riguarda invece il concetto per cui il cardio non basta.
Io insistevo con lui sul fatto che essendo un amatore, con poche pretese e risorse, la regolazione degli allenamenti sul cardio sia per me il metodo più economico e attendibile, pur consapevole che non ha valore assoluto. Anche il cardio può non essere significativo, in condizioni di caldo, di affaticamento, o di momento della giornata in cui si pratica sport. Ma è il migliore a mia disposizione e per i miei obbiettivi. Mentre non capivo come avrei potuto regolarmi coi watt, essendo privo di misuratori, nè con la velocità, salvo in pista o in vasca, dove le condizioni ambientali sono sempre simili.
Il concetto di sensazione può a mio avviso avere una sua validità, ma solo per sportivi di lungo corso, che conoscono le proprie capacità, hanno i propri riferimenti, non certo per neofiti.
A suffragio delle sue tesi, la sera il mio amico mi manda un articolo molto simpatico:
http://8020endurance.com/heart-rate-training-is-dead-long-live-heart-rate-training/
In pratica si dice che il cardio non è sempre affidabile, e andrebbe preso come una conseguenza dell'allenamento, mentre dovendo noi allenarci per il risultato, ha molto più senso guardare a tempo e watt. L'articolo però si conclude dicendo che anche watt e tempo non sono sempre applicabili, perciò è corretto avere sempre tutti e tre i parametri.
Giorgio ed io non ci siamo incontrati per il semplice fatto che siamo partiti dai due capi della corda. E come sempre la verità sta nel mezzo. Del resto prima di lasciarci stavamo ammorbidendo le posizioni e Giorgio ha riconosciuto che non solo di watt e velocità si vive, mentre io a ben vedere in molti allenamenti di corsa guardo più velocità e tempo che cardio...
Ad ogni buon conto, sono felice della discussione, che mi ha portato, guardando il sito da cui Giorgio ha preso l'articolo, a scoprire che le teorie più recenti sull'allenamento long distance prevedono una ripartizione 80 20 tra bassa intensità e alta intensità, con lo scopo di allenare la resistenza e le performance senza stressare troppo il fisico.
Propongo quindi una lettura che ritengo significativa.
https://www.spiritotrail.it/blog/allenamento/blog/376-l-allenamento-polarizzato-e-la-regola-dell-80-20
E ancha inquò, ghe n'emo dà!

giovedì 4 maggio 2017

INIZIO MAGGIO - AFFATICAMENTO

E' successo di nuovo. Nonostante tutto.
Nonostante l'esperienza. Nonostante la consapevolezza.
All'inizio della settimana scorsa iniziava la cosiddetta settimana di scarico, una settimiana che nei microcicli di allenamento è dedicata al recupero delle forze fisiche e mentali spese negli allenamenti intensi delle settimane precedenti.
I buoni propositi c'erano... del resto ho fatto la mia prima gara il sabato precedente.... una settimana soft ci stava proprio bene! E poi lo sentivo! Lo sentivo che le mie ossicine, i miei muscoletti, chiedevano, pretendevano un po' di pausa....!
Voglio di'... un mese prima stavo ancora a chiedermi quando avrei ricominciato a correre, poi mi sono sparato tre settimane di allenamenti come se infortunio non ci fosse stato o quasi... era lecito darsi una calmata...!
Che poi, una calmata, nell'esagitato mondo del triathlon, lo scarico corrisponde a fare quattro sessioni di allenamento a 140 battiti.... non proprio una vita sedentaria...
Invece no!
Si parte per una corsetta in solitaria, ci si scalda un paio di chilometri, poi ci si ricorda di quel bell'allenamento dell'anno scorso in cui si alternava un chilometro in soglia a un chilometro blando,... "ma si proviamo, ma sì le gambe girano..., senti che figata.... ma chi m'ammazza a me...." e finisce che ti fai 11 chilometri quasi a cioda di cui 3 almeno non preventivati...!!!
"Eh ma domani a nuoto mi metto dietro e spingo na paperella di gomma col naso!"
Sì, sì!!
Finisce che si fa sessioni da 400 mt a cioda e che resti là davanti che ormai lo senti un po' il tuo posto, che poi dietro ti annoi, che  in quinta corsia vanno troppo forte e nella tua corsia nessuno gli va davvero di starti davanti e se ti metti dietro non ti sale il cuore e insomma ... altro allenamento bello pesante!!!
"Ma sì, giovedì per fortuna devo lavorare come un cretino e niente sport...."
Poi però il venerdì arriva, in vasca si è pochi, e alè che anche se il tuo buon amico ti dice di star buono, te ti godi a vedere ste due braccia che girano e che ti conquisti il tuo posto in corsia cinque e ti illudi alle parole che sì mollare un po' non significa star fermo e che tanto domenica e lunedì sarai fermo per forza...
E via che ne vien fuori un altro bell'allenamento.
Coì il sabato mattina, in barba ai tuoi migliori progetti ed ai tuoi più fervidi entusiasmi, che vorresti fare un giro in bici di mille mila chilometri, ma la stanchezza, quella vera, è arrivata, e  ti ha eroso da dentro, e se moralmente ti senti obbligato a infilarti negli attillati indumenti da minchiaciclista, dall'altra parte guardi nostalgico le coperte da cui ti sei sfilato poco prima, e quel pallido sole là fuori non sembra poi così invitante....
"Ma siamo triatleti, che cazzo! Anzi, sai che c'è?!? Vedo pure se c'è qualcuno che esce con me, anche se srebbe meglio fossi da solo, che se mi rompo rientro senza tante storie!!!
Tanto non viene nessuno alle 8."
Infatti! Ecco Bazzan! "Mi vesto  e scendo!", scive in chat.
Ma proprio Bazzan!!
Arrivati ad Este ero già finito!
Gamba vuota!
Ho capito cosa vuol dire gamba vuota: te la senti vuota, cava, fisicamente proprio!
Ti pare che se la sezioni ci trovi un buco come nell'uovo di Pasqua!
Infatti non va!
Fin che meni a 100 pedalate in piano ancora ancora.
Quando ci devi dare di potenza o rilanciare,.... non trovi niente!
E il piacere si trasforma in sofferenza.
E invece Bazzan aumenta, e il tuo orgoglio s'ingrifa, s'incazza, si dimena, e spingi fin che ne hai, ma non ne hai! E il tuo amico si allontana, ogni tornante più lontanto, fin che capisci che non ce n'è proprio, inutile, na merda! E lasci perdere. E ti demoralizzi.
Così accetti di fare quel che puoi, con la coda tra le gambe.
Che nel mio caso poi è significato col casco in mano, perchè quando soffri, dentro e fuori, ti da' fastidio tutto, anche il berretto figo da ciclista che hai appena comprato!
E quando il tuo amico s'infila su per il Roccolo, e tu bestemmi a mitraglia, fottendotene amaramente di tutto il retaggio cattolico di sto mondo, e vedi che è stronzo il tuo amico, perchè si è allontanato abbastanza da non udirti e da non essere facilmente raggiunto, ma non abbastanza da non essere visto e dunque seguito!
E lo sai che ti tiene per i coglioni, perchè l'orgoglio che hai tu è lo stesso suo, lo conosce bene, lo sa il bastardo che non mollerari a costo di farti scoppiare il cuore, a costo di farti l'ultima rampa di quella maledetta salita a piedi, ma non mollerai, lo sa!
E così spingo su sti perdali, che non ho più pignoni da mettere e ste gambe son dure cazzo! Son vuote cazzo!!
Non voglio neppure pensare che poi ci sono 25 chilometri a tornare a casa!!
Invece ci sono!
E Baz è la in cima che si mangia la sua barretta e quando arrivo sghignazza e quando vede il casco appeso al manubrio esplode in una sonora risata e aspetta tranquillo le insolenze che sapeva gli sarebbero arrivate. E se le gusta.
No pain no gain di sto cazzo!
Mesto mi avvio sulla strada del rientro, scendo il Roccoletto e chi ti trovo in fondo?
Michelino.
Degno compare di Baz.
Che pareva non aspettasse altro, appena ci vede ci si accoda e via su per Oci.
E te pareva...!
Era brutto scendere la Cingolina e volare a casa?
No, ancora salita, e su, biascicando bestemmie come foglie di coca, mentre i due davanti se la raccontano come fossero tra i banchi del mercato...
vi risparmio l'agonia del rientro, dove per due volte ho fatto segno di cedere, che tanto i 40 non li tenevo manco col motore, ma la generosità dei compagni mi ha tenuto all'amo fino a Rovigo.
"Si torna insieme, che tanto qua nessuno vince il Giro!!"
Ho capito... ma santodio... no ghe a fasso più!!!
Anche questo è triathlon.
Rispettarsi e capire quando è ora di stare a letto....

lunedì 24 aprile 2017

2017 - RICOMINCIAMO - SPRINT DI CAVALLINO TREPORTI

Ebbene sì, nonostante tutto sono ancora qua.
Colonna sonora:

Anche quest'anno sono qua a mulinare le braccia in acqua, a spingere sui pedali ed a girare le gambe nel vano tentativo di scappare alla vecchiaia.
Sono un.... come diceva quell'articolo... "Siete vecchiovani?" .. ah sì! Un adultescente...mi devo rassegnare.
Ma forse essere un adultescente è sempre meglio che invecchiare, ahahah! Almeno fin che non si diventa patetici... Speriamo di vedere il confine quando arriva.... ahahah!
In ogni caso la ripresa dopo Pola (non è che il mio unico lettore se la possa cavare senza sorbirsi il pippotto degli ultimi sette mesi!!!), è stata dura assai!
Rientrato in Italia, ho scoperto che un piede non funzionava più a dovere. Un tendine, per la precisione.
Il mio malleolo sinistro era di un bel rosso acceso e il gonfiore permetteva di esibire una piacevole lucentezza della pelle.
Questa simpatica cosa, che ho presto scoperto essere una borsite da sovraccarico unita alla formazione di un ganglio tendineo, mi ha fatto compagnia per un paio di mesetti, in cui ho contato le pecore e ho riportato il mio livello di corsa all'età della pietra.
Naturalmente anche la spalla non è che fosse al 100%, perciò in pratica ad ottobre ho staccato uno zero secco sul mio registro allenamenti di Strava.
Non l'ho puntato su alcuna ruota del Lotto, perchè ero intento a combattere un interminabile duello contro la frustrazione dell'immobilità.
Bello "la frustrazione dell'immobilità"! Me lo giocherò come titolo quando scriverò il mio primo libro sugli infortuni dei triatleti vecchiovani, ahahah!
Fatto sta che tra pomate, aulin e riposo, ho ripreso a novembre prima con la piscina, poi con la bici e solo in seguito con la corsa, e pian piano ho risalito la china.
Mi sono altresì appassionato al trail, di cui i miei nullafacenti compagni di squadra sono entusiasti, perciò ai miei minchiastrumenti si sono aggiunte uno splendido paio di scarpe da minchiatrail, selezionate manco a dirlo con intrminabili sessioni di lettura su internet e facendo alla fine l'esatto contrario di quello che mi consigliava l'Aguzzino, utratrailer vero, per banale spirito di contraddizione e personalissimo senso estetico.
Ma delle scarpe da trail magari, così come dei risvolti psicologici del riposo per infortunio di un triatleta senile, ne parlo un'altra volta, altimenti tiriamo sera!
Palerò invece della mia prima gara di quest'anno, conclusa con soddisfazione lo scorso sabato, in quel di Cavallino Treporti.
Sono tornato nel luogo della mia iniziazione triatletica e come una Fenice che risorge dalle ceneri, ho riappeso la bici alla rastrelliera e mi sono tuffato nella laguna.
E mentre due anni fa l'eccitazione mi pizzicava i pensieri ed i miei sensi erano tesi, sabato ero semplicemente euforico per essere di nuovo sui campi di gara a divertirmi coi compagni di squadra ed a confrontarmi con me stesso, nella speranza di far meglio.
Ed ero io a dare qualche indicazione al neofita della giornata, un big gim di nome Alessandro e di soprannome "Fede", ed a rivedere nei suoi occhi l'eccitazione che fu mia.
La pattuglia Rhodigium era composta, oltre che da me e BigGim Fede, dal prode Luca Luke Wilson e Giampi Giomo the White Jackass.
In considerazione dei miei tempi biblici di preparazione, io mi sono messo subito all'opera una volta giunto nel parcheggio di Cavallino al fine di mettere muta preparere bici e riemire il nuovissimo zaino da triathlon (la quantità di minchiate triatletiche acquistabili è davvero imbarazzante!!) con tutto il necessario per la gara. Nel mentre si è svolta la scena epica che da sola è valsa la giornata: Alessandro, che nn aveva aoncora indossato un body in vita sua, ha visto bene di infilarselo rovescio, con la cerniera aperta sulle tette e il paraculobabbuino che gli tirava su i maroni a livello ombelico.
E' ovviamente stato immortalato all'istante e il tempo intercorso tra la foto e la sua pubblicazione nelle varie chat WA di squadra è stato di 0,005 millisecondi.
0,002 millisecondi dopo sono arrivate le bestemmie del Franzoso inframmezzate dall'esortazione "disime che non xe vero!!!".

Poi siamo spariti in zona cambio, ciascuno a sistemare le proprie cose.
Ma, come sempre, una volta suonata la tromba di partenza, si chiudono i portoni e si lasciano tutti fuori, restando soli con sè stessi e concentrati.
L'acqua era di un freddo, ma di un freddo, che quando siamo partiti, mentre menavo le braccia per non perdere posizioni, avevo la netta sensazione che le idee mi si ghiaciassero tra la testa e la cuffia e avrei voluto uscire dalla muta come un getto di maionese dal tubetto, per rifugiarmi in auto col riscaldamento a manetta!
Ovviamente questi sani meccanismi di difesa sono stati prontamenti azzittiti dalla pervicace ignoranza triatletica per cui "failure is not an option", come recita il motto Ligertri, perciò ben presto il freddo si è trasformato in torpore, e sono entrato in quella specie di trance atletica in cui le funzioni vitali sono limitate allo svolgimento dei 10 secondi successivi, andando avanti una bestemmia alla volta, come disse Merlo seguendo Aglio in bici.
Come successe a Rimini lo scorso anno, il fatto di avere rank mi ha portato a partire in prima batteria, con nessi e connessi. I nessi erano i pugnazzi che mi sono arrivati sugli occhialini, i connessi le gomitate.
Infatti avendo molti più nuotatori con le mie stesse prestazioni, trovare il proprio posto in acqua nei primi 300 metri è stato davvero impegnativo ed ho dovuto omaggiare come sempre il mio mentore Barin dispensando più pacche di quante ne ricevessi. O le prendi o le dai, mi disse, e di sicuro è meglio darle.
Fatto sta che lo scontro è stato duro e solo dopo la prima boa sono riuscito a nuotare con una certa tranquillità.
Una volta risalito in terraferma, per la prima volta da quando la uso, la muta mi ha giocato uno scherzetto e il giudice che mi ha guardato sfilare in zona cambio non dev'essere stato molto felice dell'imprecazione a favor di pubblico che ho lanciato a ignoti mentre ravanavo dietro la mia nuca in cerca del cordone....
In ogni caso ho cercato di essere lucido e di uscire in fretta dalla zona cambio, con la bici tenuta per la sella e le scarpe sulla bici, altrimenti se per sfiga un fotografo mi becca poi Franzoso mi legna.
Lo stile prima dei watt, ho sentito dire.
Mi sono dunque lanciato nel rettifico di 5 chilometri da percorrere 4 volte. Putroppo ho pèrso subito un ciclista palesemente veloce che è partito con me, ed i primi cinque chilometri me li sono fatti da solo, tirando più che potevo con pedalate agili. Al terzo chilometro sono stato raggiunto da 4 o 5 atleti, che però non volevano saperne di darmi il cambio, così al giro di boa mi sono vistosamente fatto da parte ed un barbuto Blasich mi ha finalmente dato il cambio, ma gli altri mi hanno costretto a prendere la seconda piazza. E' andata avanti sempre così, con io e Blasich che ci cambiavamo di posto, aiutati poco e male da altri due, che prendevano la testa e la lasciavano subito...
Vedi come cambiano le cose... Due anni fa ero io il cuiuccia ruote, sabato invece toccava a me di tirare...
Ovviamente come strategia di gara fa cacare, questo lo sapevo, ma vuoi mettere l'autostima?!?!
Così con la mia autostima in vistoso fuorigiri, a un chilometro e mezzo dalla fine sono scoppiato e sono arrivato in zona cambio con tutti i miei sette litri scarsi di sangue concentrati nei quadricipiti femorali, tanto che i crampi partivano al solo pensiero di chinarmi a infilare le scarpe da corsa.
Tuttavia ho zampettato per 500 metri buoni in attesa di riattivare la circolazione periferica e quando la sensibilità mi è tornata nei piedi, ho progressivamente riacquistato le movenze di un umano, abbandonando quelle da battitappeto con cui ero uscito dalla zona cambio.
Il cuore non girava alto e avrei voluto provare a spingere di più, ma un occhio all'intertempo mi ha ritornato un 4:30 di media e mi sono detto che visto tutto quello che mi è capitato dopo Pola e l'anno scorso, forzare era un azzardo inutile, così mi sono tenuto nella parte superiore della mia zona di confort (cazzo quanto mi piace questa espressione!!) e mi sono gustato la mia corsa. Come due anni fa ho apprezzato lo scenario del canale lagunare che costeggiavo, le barche a vela ormeggiate, in marinaro ordine, le quinte di canne palustri e i vecchi casoni sullo sfondo, con gli altri partecipanti concentrati nello sforzo atletico che mi superavano o che mi seguivano.
Ho ascoltato il mio corpo, ho respirato, aria dentro, aria fuori, che così anche Bonvi sarebbe stato contento, e spingevo ma non troppo sui miei avampiedi, tenendo le spalle avanti ed i passi non troppo lunghi. O almeno spero.
Il Garmin mi ha confortato in questo, ed ho concluso con uno splendido (per me) 4:26 di media e 180 battute al minuto con una media battiti per nulla alta di 162, perciò avrei teoricamente avuto un altro po' di giri da giocarmi....
Ciò nonostante, come temevo, Luke Wilson, pur essendo partito nella batteria dopo la mia, mi ha raggiunto e superato nella sessione corsa.
Io ho tanta stima di Luca e tanto piacere che sia tanto veloce, ma il fatto di non aver preso abbastanza margine in acqua e in bici almeno da non farmi raggiungere, mi ha un po' ferito! Poi ho scoperto che ha trovato un ottimo treno in bici che gli ha fatto recuperare tempo su di me, ma siccome la gara glie l'ho regalata io per il suo compleanno,  devo ricordarmi di non regalare mai più gare a chi è più veloce di me! AHahhaahh!
Incontrare Giampi che faceva il mona con due chilometri di margine sul sottoscritto non mi ha rappresentato invece alcuna sorpresa. The White Jackass è una garanzia in termini di prestazioni.
Giampi non si rompe mai, non si ferma mai e migliora sempre!
Infatti una volta terminata la gara ci ha salutati e si è diretto direzione Molinella, che aveva na gara di nuoto!!! Ma si può!

Il suo unico, fortissimo rammarico, è stato quello di averci smollato il tiket per il pasta party... 
Ha un bel dire mia moglie che devo tornare ad essere un po' più normale, ma finchè frequento sta gentazza... no ghè dubbio!!
Infatti io alla fine dell corsa mi sono concesso anche uno sprint, perchè sentivo che qualcuno cercava ansimando di sopravanzarmi sul traguardo, ma non l'ho trovato corretto, e mi sono opposto con decisione.
Era un ragazzo tatuato con la barba da Hipster (e dajie ste barbe!!), a cui ho poi visto con bastarda soddisfazione che ho un po' tirato il collo in quegli ultimi metri, dal momento che imbarcava aria come un mantice e non riusciva a star dritto per lo sforzo.
Piccole soddisfazioni, soddisfazioni ebeti, ma siamo ragaaaazzi!!! Ahaahh!
Ho terminato in forma e contento come una Pasqua e dal momento che tutta la squadra ha fatto una gran bella figura, perchè anche Alessandro ha staccato davvero un tempone per essere la sua prima prova e per non avere ancora sviluppato un nuoto velocissimo, ci siamo sfondati di Waizze per festeggiare.
Bhe, lì bisogna dire che Alessandro ci ha battuti di diverse lunghezze!!
Ha già capito che il reintegro è importante!! Ahahaha!









venerdì 23 settembre 2016

Il mio primo 70.3: Pola. Andiamo a comandare!!

Alla fine la fatidica data arriva: 18 settembre ore 10 dalla spiagetta sassosa di Verudela partirà la mia prima vera long distance!
Non sono proprio agitatissimo, anzi, quasi rassegnato: so che prima dell'ultimo incidente al polpaccio avrei potuto comunque finire al gara, ma ora so ancora meglio che non potrò finirla come vorrei, ed anzi c'è il rischio che non ci riesca...
Pace, ma ci proviamo lo stesso: bisogna essere mussi fino in fondo, che caspita!
E poi la vera festa è andare via con altri adolescenti di circa quarant'anni e sentirsi come in terza liceo, con tutto il contorno di propositi bellicosi per donne che non troveremo nè conquisteremo mai sul campo di gara e con le risate e le scorregge che invece faranno da immancabile colonna sonora alle nostre gesta.
A proposito di colonna sonora, il viaggo di andata lo faccio in auto con il mio acerrimo rivale sportivo, oltre che primo mentore, Mirco il Tanke, fine amante di musica a tutto tondo che mi erudisce sui successi dell'estate che si sta chiudendo, ignorando con una occhiata di disprezzo il mia frugalità musicale. Il fatto che io appicci la radio su Virgin e non la tocchi più è quasi offensivo!
Il Tanke è un animale modernissimo e possiede un abbonamento che gli permette di fruire via telefono di tutta la musica disponibile e di farla dunque replicare agli altoparlanti dell sua auto. Così me ne da prova inserendo il successo estivo di riferimento, divenuto istantaneamente tormentone di questo Ironman, almeno per noi...
Musica di qualità, nulla da dire!!
Putroppo smanettare sull'i-phone mentre si guida rallenta leggermente le medie autostradali e, complice qualche incomprensione con le indicazioni croate, arriviamo a Pola alle 9 di sera...
Così si va "a comandare" al ristorante con una fame 'sassina!

Naturalmente...Piove!!!
Ma piove piove!
Di brutto intendo!
Ci infradiciamo completamente solo a scaricare i bagagli.
Nel mio innato ottimismo mi dico: bene, sfogati sta sera, che in gara vogliamo il sole!
Infatti il mattino succesivo, giusto il tempo di raggiungere la tenda del check-in, e viene giù il cielo: acqua a secchiate!
Raccolti sotto il tendone del merchandising dell'Ironman, tantissimi, tutti, i musi sono lunghi come quaresime e gli occhi guardano lucidi i quattro centimetri di acqua sul piazzale, dalle finestre di nylon.
Alessio, venuto fin lì in bici, se ne vien fuori con un lapidario: - Ah bhe, se domenica è così, che non pensiate che io parta!! Lego la bicicletta al palo, io!!! -
In effetti, bisogna pur distinguere tra triatleta e idiota totale e questo è un momento buono per farlo....!
Grazie e dio nel pomeriggio si apre un po' il cielo e in riva alla spiaggetta della partenza, provando un paio di bracciate e tastando l'acqua, ci illudiamo un po' che l'indomani sarà sereno.
Il colpo d'occhio è spettacolare, mare limpido e sullo sfonfo roccia bianca e vegetazione rigogliosa, c'è di che farsi ei selfy da veri fighi!




Noi invece si va in su e in giù per lo specchio d'acqua mulinando le braccia, alcuni avvolti nel bellissimo neoprene come pingui foche, per poi spiaggiarci ed asciugarci le ossa sui sassi, ovviamente magnando banane, che siamo ancora di carboload!!
Madonna quanto abbiamo magnato!!
Colazioni faraoniche con cinquemila fette biscottate annegate nella marmellata, frutta secca, succo; a pranzo piatti di pasta con lo sgombro a badilate, che dicono che lo sgombro sia nutriente! Tre ore per mangiare!
Che poi negli appartamenti in affitto mettono quelle piastre elettriche che non scaldano una mazza, e noi lì a smanettare con la manopola priva di indicatori, per cercare il massimo della potenza.
Io era tre giorni che non addentavo na forchettata di pasta, perchè il carboload va fatto bene, e da lunedì a mercoledì niente carboidrati, Franz docet; solo carne formaggio uova e pesce mattina pomeriggio e sera....
Che minchiate! vabbhè, provata anche questa!
La sera prima della gara, sabato, megapastasciuttone, con lo sgombro naturalmente, e a nanna presto, che domani si penta!
Alla notte le nostre illusioni si sono naturalmente infrante: acqua da diluvio universale! Roba che in Italia scatta l'emergenza nazionale.
L'acqua scorreva lungo i vialetti come torrenti di montagna e dilavava prati e aiuole.
Noi pensavamo ai nostri indumenti lasciati in zona cambio in una borsa di plastica attaccati a delle rastrelliere: chissà se avrebbero tenuto l'acqua o se avremmo tovato dei gavettoni l'indomani.
Di certo è stato ultile oliare per bene le bici, sai la lavata!
1700 bici, alcune ciofeche, altre bellissime e ultracronomoderne, in un parco chiuso dal valore stimato di circa  3.000.000 di euro!
Che roba!




Riesco a dormire.
Il mattino, dopo la colazione lucculliana, un febbrile susseguirsi di preparativi e soprattutto di sortite al bagno. Chi vorrebbe trovarsi nel bel mezzo di una gara coi propri bisogni?? e sei ore son lunghe!!!
Ma il nervosismo è un ottimo lassativo e ci siamo alleggeriti tutti a dovere, ahah!
In zona cambio, una bella, bellissima foto di squadra
e poi via dentro le nostre mute verso il mare scuro.
Sì, perchè la pioggia era cessata nel mattino, ma la giornata pareva una mesta giornata di autunno, con una temperatura affatto piacevole!!!
Nonostante il briefing del giorno prima, di come disporsi in griglia non aveva capito un cazzo nessuno, perciò siamo rimasti in gruppo e siamo partiti più o meno tutti insieme.

Che emozione!
Saltellavo, ballavo al ritmo della musica sparata dall'organizzazione in mezzo alle altre centinaia di cuffie colorate, occhialini specchiati e mute lucide, tutti uguali di fronte ad una grande sfida.
Siamo entrati in acqua 8 alla volta.

Per i primi 500 metri le cose sono andate bene.
L'acqua non era fredda e le onde non fastidiose.
Solo la mia tipica crisi di "che cazzo ci faccio qui" di tre o quattro secondi a spezzare la concentrazione, poi solo il divertimento di nuotare e sfidare il mare e il tempo e sè stessi.
Non potevo tirare, dovevo risparmiare la spalla, perciò mi sono messo ad un ritmo regolare, cercando di assecondare il moto delle onde e di gestire al meglio la rotta, che era molto facile da perdere in mezzo agli altri concorrenti e per via della corrente.
Quando però ho svoltato a sinistra alla boa bianca per percorrere il tratto di nuoto parallelo alla spiaggia, è arrivata la sorpresa di un mare che si andava certamente ingrossando e le onde mi spingevano in alto per poi lasciarmi cadere verso la successiva.
L'orizzonte andava e veniva insieme alle cuffie rosse e blu di chi mi precedeva.
La boa successiva bisognava mirarla solo in cima alle onde.
L'impressione era proprio quella di star lì a domare il mare in una lotta impari ed estenuante.
Molti, un po' smarritti, si fermavano, nuotando a rana.
Quando la successiva boa bianca è stata raggiunta, lo smarrimento è arrivato anche per me: le successive boe che avrebbero dovuto delineare una canale fino a riva non si vedevano, in lontananza sulla spiaggia due strutture bianche, ma non si capiva bene quale fosse la spiaggia da cui eravamo partiti.
Gli altri concorrenti sparpugliati su un fronte molto ampio non davano con chiarezza la direzione corretta. Ho iniziato a nuotare verso quei puntini bianchi in lontananza, ma ben presto mi sono accorto di una robusta corrente che spingeva a insistentemente a destra facendomi perdere la rotta.
Alla fine ho percorso una traiettoria cuvilinea che ha spanciato verso destra fino a lambire le scogliere che come un imbuto portavano poi alla rampa di salita.
Sul fondo finalmente la vista confortante del blu che si schiariva sempre più, lasciando intravedere il fondo, poi i pesci, tanti pesci, e gli scogli, e infine la moquette, che in acqua mi sono sì divertito, ma tutto sommato era anche ora che ritornassi coi piedi per terra!
E a momenti a terra ci finisco tutto, no solo i piedi: come faccio per alzarmi dall'acqua, parte un crampo incredibile al mio stronzo polpaccio destro e cado tra le mani degli assistenti, che mi passano di mano in mano ai successivi come un sacco di patate fin che non riesco a rimettermi dritto ed a zampettare via tra le incitazioni del pubblico. Che vergogna. Ma che male!!
Non me lo aspettavo proprio che il polpaccio mi desse problemi a nuoto!!
Zoppico fino in zona cambio che vicina non era, e un po' fastornato inizio a cambiarmi.
Impiego un po' di tempo nell'operazione, preoccupato per il prosieguo della gara, e smorzo un po' la tensione scambiando una battuta con un concorrente in fianco a me.
Intanto ha iniziato a piovere e nel tempo di raggiungere la bici e uscire dalla zona cambio, sono già costretto a indossare il gilet antivento per cercare un po' più di protezione.
Ingurgito il mio primo paninetto, che avevo legato come un salamotto ad una delle due prolunghe sul manubrio.

Mi torna in mente la scena della mattina, laddove, mentre fissavo il panino, due ragazze che sono passate dietro di me hanno ridacchiato osservandomi nell'operazione e dicendo una all'altra:- Guarda, quello ha un panino!- Ma pensa te! Mi sono sentito il contadino che in classe tira fuori dalla cartella pane e formaggio mentre gli altri cittadini scartano i loro crakers confezionati!
Ad ogni modo il panino era buono e poco importa che alcuni fenomeni mi superassero già a mille all'ora con le loro crono fiammanti.
Che poi boh... al trentesimo chilometro ne ho passati molti chini sulle prolunghe con i lunghi caschi che fendevano l'aria a 28 all'ora... spingendo dei rapporti durissimi su falsipiani a 40 pedalate al minuto come se il cambio si fosse inceppato.
La cosa ha per me quasi del misterioso.
Io ho cambiato rapporto tantissime volte nel susseguirsi di salite e discese della prima metà gara, chè non volevo imballare le gambe e cercavo semrpre un rapporto agile tra le 80 e le 90 pedalate al minuto...
Nel frattempo la pioggia continuava a impeversare insistente che sembrava proprio avercela con noi.
Senza tregua.
Sulla strada si sono formate pozze e grossi rigoli d'acqua corrente e noi ci infilavamo dentro inconsapevoli di quello che avrebbero potuto nascondere.
A un certo punto un sacco di persone ferme ai bordi con le ruote forate hanno fatto temere di essere vittima della stessa sorte, invece nulla di tutto ciò.
Continuavo ad avanzare al mio passo, cercando di non superare i 150 battiti al minuto e allungando un po' nelle discese.
La soddisfazione più grande in un lunghissimo rettifilo del rientro, dove la strada lucida per la pioggia contrastava con la fitta boscaglia ai lati, ed io ero solo a lanciarmi nella discesa, chino sulle prolunghe, a cinquanta all'ora, come un vero triatleta!
Che bella, esaltante sensazione!
Stavo vivendo il mio momento, quello che avevo cercato si stava avverando, e non è poco.
Spesso si cerca a lungo qualcosa, un risultato, una sensazione, e poi i casi della vita fanno si che per un motivo o per l'altro non siano come ce li saremmo aspettati.
Invece io ero propro lì dove volevo essere, e pazienza se qualche goccia di pioggia non era prevista nel quadro dei miei sogni; e pazienza se le mie gambe non erano a bolla!

La seconda metà di percorso è scivolata via in un lampo, ma non senza una corposa caccanellemutande a 10 chilometri dalla fine: in una curvetta a gomito che immetteva in una viuzza veramente ridicola, nonostante tutta la prudenza di questo mondo, la mia ruota anteriore se ne è bellamente adata per i cazzi suoi facendomi presagire il freddo dell'asfalto sulle gambe ed il bruciore della pelata sulla carne.
Tuttavia dal momento che nella vita ci vuole anche culo, qualosa mi ha tenuto in piedi.
E' un segno! Ho pensato.
In men che non si dica mi sono ritrovato a riagganciare la bici alla rastrelliera, con la mente già volta al cambio di scarpe ed alle prime fasi della corsa.
Quando sono ripartito, scendendo con circospezione le scale che portavano alla panoramica del lungomare, ascoltando i polpacci e le informazioni che il mio sistema nervoso mi rimandava, ha rinforzato la pioggia in un modo quasi comico, tanto che mi sono ritrovato a ridere di fronte a chi incontravo, che da sotto k-way e ombrelli batteva le mani incitandoci.

Ridevo e infilavo le scarpe in torrenti veri e propri che scendevano dalle gradinate dei vialetti d'accesso alle case, saltando nelle pozzanghere che si stendevano senza soluzione di continuità, manco fossi stato un bimbo con gli stivali di gomma.
Ridevo e pensavo che era proprio una presa per il culo: non riuscivo a ricordare l'ultima volta che avevo visto un temporale tanto lungo, e me lo stavo prendendo tutto durante la prova fisica pù dura e gratuita della mia vita!
Intanto mi sono trovato a correre affiancato ad uno spilungone con la barba e poichè corravamo allo stesso ritmo, ho attaccato pezza.
Si chiama Ivan e veniva da Gorizia. Era anche lui al suo primo mezzo e deve aver gradito la mie chiacchiere perchè abbiamo parlato per 10 chilometri.
Questo non me lo sarei proprio mai aspettato: di chiacchierare durante la corsa di un 70.3!!!
Però controllavo l'orologio, ero a 5 minuti al chilometro più o meno e a 150 battitti, perfetto, se m'avanzava un po' di fiato che male c'era?
Mi sono quasi dimenticato che sotto sotto, in particolare sotto al ginocchio destro, io mi portavo da casa un piccolo...., insignificante problema.
Ma il problema non si è dimenticato di me, e un bel morso mi ha rattrappito la gamba appena giunto nel perimetro cittadino di Pola. Improvviso come un fulmine a ciel sereno. Doloroso e secco come il morso di un serpente! Un secondo prima mi sentivo da dio, un secondo dopo zoppicavo per il dolore...
Addio Ivan.
Lui mi fa: mi raccomando ci vediamo all'arrivo!
Eh, non mancassero quegli 11 chilometrini, avrei anche detto un sì più convinto, ma mi esce solo un laconico: - Ci proviamo! -
E ci ho provato.
Mi sono fermato un attimo, ho infilato i calzerotti compressivi sperando che veramente potessero darmi una mano e mi sono riavviato, mesto.
Il sorriso era sparito e iniziavo a rassegnarmi non solo all'idea di vedere di lì a poco sfilare i compagni che avessi avuto dietro, ma soprattutto al fatto che avrei potuto dover fermarmi e non raggiungere niente. Niente Arena, niente gioia, niente pacche sulle spalle, niente risate, niente patacca medagliosa. Niente.
Intanto dovevo correre come potevo.
Il che voleva dire a 6:20.
A 6:20!!!! Hanno iniziato a superarmi tutti quelli che avevo passato nei precedenti 10 chilometri, e poi anche alcuni che non capivo come potessero essere lì a fare un 70.3, da male che correvano! Uomini enormi e appesantiti che massacravano le proprie articolazioni con corse sgraziate, donne non più giovanissime che avanzavano un po' sghimbesce, con andature dondolanti.
Io con tutta la mia merda di teoria sulla corsa naturale, la postura delle spalle, il tempo di contatto col suolo, io con tutte le mie elucubrazioni sulla spinta di avampiede, la frequenza di corsa, ero lì, claudicante e sofferente, a guardare questi affronti alla corsa che pure mi superavano inesorabilmente, senza grazia.
Che enorme ingiustizia, che affronto al mio orgoglio! Magari hanno male pure loro, mi son detto!
Ma dovevo star lì: ad ogni tentativo di ripresa il polpaccio si ribellava e minacciava di scrivere la parola game over sul mio schermo sgranato.
E allora pazienza, caro mio, affronta con onore la tua situazione e controlla la corsa.
Attraverso una piazzetta affollata e guardo dritto davanti a me, evitando sguardi. Raccolgo qualche incitamento, mi fermo per un sorso di sali, poi mi avvio lungo il bastone che corre fino in fondo al porto, fino al giro di boa. Quei metri mi sono parsi interminabili.

La pioggia si era fatta più discreta, ma la paura di piantarmi mi martellava in testa come un metronomo ad ogni passo.
Osservo la baia del porto, con acque placide che non paiono nemmeno parenti del mare della mattina.
I pescherecci perfettamente immobili, come incollati alle increspature del mare.
Ripenso all'amico Dani, alla sua forza, alla sua sfida quoidiana contro un nemico ben più tremendo di una banale contrattura. Penso che mi direbbe Dai! Non mollare ora!
Me lo sta dicendo anche Max, che avrebbe dovuto essere lì con me, e invece un ventricolo dispettoso gli ha strappato il biglietto per Pola
A cinque chilometri  dalla fine mi raggiunge Nicola.
Era inevitabile, mi dico, è arrivato sano, lui, alla sua gara, ma lo trovo comunque più sofferente del previsto.
E' dura per tutti, non c'è dubbio!
Avvisto il Tanke: è dietro ed anche lui ha il passo un po' stanco, ma ho visto i suoi allenamenti, e calcolo approssimativamente il punto in cui mi prenderà.
Non importa, mi dico, devo arrivare.
Voglio entrare in quell'Arena.
Invece al secondo passaggio in centro, prima della lunga salita che porta all'Arena, il dolore mi ha quasi piegato.
Mi accorgo che non è finita fin che non è finita.
Infatti ora non è solo il popaccio destro  a dolere, ma anche lungo il quadricipite sinistro solletica il principio di un crampo.
Mi chiedo che danni sto facendo alla gamba a starci ancora sopra. Mi chiedo se sia saggio continuare, alla fine è solo una questione di orgoglio.
Ma l'orgoglio di un musso non conosce compromessi!
Mi rimetto a zampettare e compio una altro giro di boa. Non ho più alibi, uno che ha fatto 17 chilometri ne può fare anche 21, cribbio!!
Rivedo Mirco, anche lui affaticato, ha perso qualche metro.
Vai, la sfida è ancora aperta!
In realtà non sono pochi minuti che misurano il valore della nostra impresa, ma dopo quasi sei ore di gara, ogni appiglio è buono per darsi forza in più.
Mi reinfilo tra le vie del centro, caparbio, aumento il passo e vedo, in lontananza le transenne.
Le ragazze dell'organizzazione ci sorridono e ci incitano, ormai è fatta, manca solo una piccola e insidiosa rampa e l'impresa avrà il suo lieto fine. Mi tolgo occhiali e smanicato, che sul traguardo voglio portare i colori della squadra, mica di Bardolino, e affronto la passerella dell'arrivo con la felicità che mi si rovescia dentro come balsamo rinvigorente, che mi si riversa in testa e mi scorre lungo le braccia, lungo le gambe, e salutato dall'unico raggio di sole della giornata!
Allargo le braccia, ammiro le alte arcate dell'Arena, do il cinque al comentatore che mi chiama per nome, leggendolo dal pettorale,
Mi godo la musica e le grida e vado a prendermi l'ambita patacca di metallo, il simbolo della vittoria, della vittoria della mia sfida a me stesso, alle mie sfortune ed alle mie imprudenze.
E' bellissimo! Zoppico fuori e vado a cercare qualche compagno, ma ad aspettarmi c'è quello spilungone di Ivan. Mi viene incontro e mi tende la mano, come se lo avessimo preparato insieme quel 70.3.

Lo abbraccio e lo ringrazio!
Poi vedo Nicola, affaticato e silenzioso, e poco dopo arriva Mirco e infine Mattia!
E' festa!
Ci si dimentica della stanchezza: è l'ora della birra, della pasta e delle risate!
Andiamo a comandare!
















mercoledì 21 settembre 2016

Settembre - settimane prima della gara

La Gara!
No, voglio dire, mi sono iscritto a un 70.3, mica alla podistica del paese!!
Quasi 2 km di nuoto, 90 di bici e 21, dicesi V E N T U N O chilometri de corsa!!!
In tre settimane solo tre corsette doloranti!!
Alunno...: impreparato!! Torni al suo posto!
Ma porcaccia lurida miseria!
Un anno a mulinare acqua per migliorarsi, mesi e mesi a spingere sti 8 kg di bici su per i colli e per le campagne assolate del Polesine, tentativi di piramidi a corsa, qualche buona sensazione, e ora sono qui a disperdere tutto, come acqua nella sabbia, fermo con le quattro frecce, con una spalla incazzata, un polpaccio mordicchiato, e le gambe un po' di legno!!!
Ma daiiii!
Epperò quel pettorale non si può cedere... E poi non lo voglio cedere...
Mi faccio fare qualche massaggio, un altro paio di punture di cortisone, che pare che sto polpaccio proprio non ce la faccia a ripigliarsi, ma mi devo rassegnare: non solo è scontato che faccia una gara sottotono, ma devo pure accendere un cero per finirla.
Dura farsene una ragione!!
Si era partiti per agguantare le 5 ore e 30 e ci si ritrova a pregare di farcela...
Ma anche questo è triathlon: resistenza fisica... e psicologica.
Resilienza?

Di certo il prossimo anno osserverò la settimana di scarico come un mussulmano il ramadam!
Diventerò l'integralista del riposo mensile.
E pensare che il motto di quest'anno era: Train hard, don't break, enjoy!

Luglio e agosto


Come va sto triatleta sempre meno on line e sempre più offside?
Male!
Luglio dunque a mezzo servizio.
Zero nuoto, poca corsa e qualche giro in bici.
Agosto zero, e dico zero allenamenti in piscina, il che non rappresenta tanto un cruccio per la preparazione che se ne va, quanto per i bei culi freschi che non vedo più in pausa pranzo in compagnia di Miky e Co al tavolino del bar del Polo Natatorio.
Ho provato qualche vasca con l'unico risultato di tornare dritto dal medico a farmi punturare perchè il dolore si è ridestato immediatamente come non mi fossi curato e riposato.
Uno spettacolo!
Per fortuna gambe e polpacci si sono un pelo ripigliati, e poichè l'amico Luca Willson Chinaglia doveva fare il suo primo 70.3 a fine agosto, almeno che gli facessi compagnia nei suoi piccoli combinati...!
Per luca un piccolo combinato ha significato sveglia alle 6 di sabato, portarsi sui Colli, sciropparsi 1500 metri di salita e almeno 70 chilometri di bici e poi fare delle ripetute a piedi.
Robetta da principianti!
Io che son scemo e preferisco ignorare il mio invecchiamento precoce mi sono ovviamente messo in cmpetizione col mio amico trentatreenne, basandomi sull'età mentale di entrambi, ferma alla pubertà, ed ho spinto come lui manco dovessi seguirlo anche in gara.
Così a fine agosto lui era pronto.
Io ovviamente ancora rotto!
E' basta una corsetta pure tranquilla senza osservare una vera e propria settimana di scarico, che il polpaccio, stavolta quello destro, ZAK, è partito.
Come mi avesse morso un piragna, che poi m'è rimasto attaccato per 3 o 4 giorni.
Al primo tentativo di corsetta, dopo 5 giorni, ZAK di nuovo. Del piragna nessuna traccia, ma male boia a quello stramaledetto polpaccio sì!
E lì, lo ammetto, ogni ottimismo se n'è andato e se ora ci scherzo, trovarmi in giro in quei giorni era una esperienza deludente...


mercoledì 13 luglio 2016

Giugno

Dopo Bardolino un po' di riposo....
Forzato.
Quando ho ripreso con gli allenamenti qualcosa tipo tutto non andava più..
Il fastidio alle rotule emerso nella frazione bici si è trasformato in un ticchettio fisso ad ogni giro di pedale.
Dopo la corsa mi tornano puntualmente due polpacci di cemento e dulcis in fundo, le spalle hanno iniziato a dolere.
Come due bei chiodini sulla parte anteriore  alta della spalla.
E cosa fa uno che è perfettamente a conoscenza della patologia detta cuffia del nuotatore?
Si presenta puntuale a tutti gli allenamenti e non molla un cazzo... Ovvio!
Così da due settimane mi tuffo solamente nell'acqua del lavandino ma in compenso ho vinto altre 4 punture di cortisone e un pacchetto di ghiaccio fisso sulla spalla.
Antinfiammatori come non vi fosse un domani, of course...
La ricompensa di tanta chimica è che da ben tre giorni deglio ultimi 10 riesco di nuovo a dormire.
Ah.. E per chi pensasse che almeno così mi si sono ripresi polpacci e rotule... Tranquilli! Tutto bloccato.
Un divertimento alla volta, grazie!

Bardolino

Eccoci nella cittadina gardesana, dopo un risveglio neppure troppo mattiniero.
Oggi si gareggia sulla distanza olimpica.
La cittadina pare in festa e l’atmosfera è frizzante.
Ovunque bandiere, gonfiabili e striscioni colorati, transenne, volontari col cartellino riempiono la vista.
C’è un andirivieni continuo di atleti con le loro tute ed il loro materiale colorato, le amate biciclette al fianco che ticchettano, lucide.
Ci si dirige immediatamente alla struttura deputata alla consegna dei pacchi gara e se ne approfitta ber un breve giro all’interno dei numerosi stands allestiti nei pressi del traguardo dalle aziende del settore: un florilegio di caschi, body, accessori per la bici, cerchioni, occhialini da nuoto, un caleidoscopio in cui ci si muove al ritmo della musica robusta e carica che l’organizzazione spara dai propri altoparlanti, sottofondo di una giornata che per molti ha il sapore dell’epico.
Sono ormai le 11, la partenza della gara per noi della undicesima batteria è prevista per le 13, per cui è ora di mangiare qualcosa. INtanto si chiacchiera e ci si scambia le ultime impressioni o consigli.
Viene dunque il momento della preparazione della bici e della vestizione, che come sempre avviene un po’ alla bell’e meglio nei pressi delle auto in sosta.
Prepariamo in nostri borsoni e ci dirigiamo dunque alla zona cambio, dove sistemiamo con cura ricontrollando più volte il nostro materiale.
Foto di rito coi compagni e poi quello che in questa occasione è stato un momento bellissimo della giornata: una nuotatina di riscaldamento che ha preceduto l’attesa dell’ingresso alla sessione nuoto.
A pelo d’acqua, a un centinaio di metri dalla riva, fuori dall’imminente concitazione della gara, abbiamo ammirato con occhi di bambino lo spettacolo di una riviera in festa, gremita di gente, brulicante di colori e rumori, circondata dai monti e lambita dalle acque cristalline del lago, di cui, bastava abbassare la testa, si vedeva nitidamente il fondo, i pesci, le lunghe alghe che salivano fino ad accarezzarci i piedi e, intorno, gli altri concorrenti che scacciavano la tensione con nervose bracciate.
E dal momento che la fortuna aiuta gli audaci, non mancava un sole stupendo, il primo sole stupendo, a illuminare nel migliore dei modi un evento sportivo davvero unico.
Al richiamo dei giudici di gara, ci siamo infine allineati nella lunga area transennata divisi in ben 12 batterie, ciascuna contraddistinta da una cuffia di diverso colore, prima le donne, poi i professionisti, e via via tutti gli altri in ordine di rank, ovvero del punteggio accumulato in gara nell’anno precedente.
Mano a mano che le batterie partivano, ci avvicinavamo di più al nostro start, tra gli sguardi curiosi e divertiti dei turisti seduti ai tavolini dei bar.
Scesi dalla banchina galleggiante nelle fredde acque del Garda, ciascuno aspettava, avvolto nella propria muta, il fischio della tromba di partenza, che scandisce l’inizio della gara, e di quella che in gergo viene definita la tonnara.
Esattamente questo sembra infatti il mulinare di braccia nelle prime fasi della competizione, in cui tutti gli atleti sono vicini e gli schizzi delle bracciate increspano e imbiancano l’acqua, che inizia a brillare del sole riflesso negli occhialini.

Uno spettacolo per chi guarda, una lotta per chi là in mezzo cerca il proprio spazio e la propria posizione, nel tentativo di sopravanzare i più lenti.
Il campo gara era perfettamente tracciato da piccole boe bianche e ogni tanto una boa più grande segnalava la distanza percorsa. Le prime centinaia di metri paiono infinite, con il cuore a mille per lo sforzo e la tensione. Poi la nuotata si distende, i sorpassi si fanno più radi e ciascuno prende il suo ritmo. Solo le boe di virata rappresentano un altro momento di tensione.
I minuti scorrono, veloci, le bracciate si susseguono, ogni tanto ci si becca una manata sul polpaccio, ogni tanto la si restituisce, improvvisamente ci si trova appaiati ad altri due atleti e par quasi di specchiarsi negli occhialini dell’altro.
Si stringono i denti, si spinge con gli avambracci, ogni tanto si becca involontariamente una boccata d’acqua, mentre si alza la testa per vedere dove si è, quanto manca, se c’è qualcuno davanti, e si torna a mulinare.
Capita anche di pensare cosa ci si fa lì, chi ce l’ha fatto fare, ma dopo circa 25 – 30 minuti di nuoto si avvistano i commissari, la passerella, si ripassano mentalmente le fasi della transizione.
Finalmente l’arco di arrivo sotto cui si transita già con una mano dietro la schiena per slacciare la muta, mentre si corre sulla moquette che porta alla zona cambio.
Giù la muta, giù gli occhialini e la cuffia, casco in testa, occhiali, bici e via, di corsa verso i 40 chilometri di asfalto.
Bardolino offre acque stupende, ma anche colline magnifiche su cui impegnare le proprie gambe. Infatti, appena lasciato il borgo si incontrano immediatamente le prime salite che impongono agli atleti uno sforzo quasi subito massimale.
La strada sale a piccoli strappi per quasi metà del percorso, snodandosi in paesaggi piacevoli e tranquilli. Nei paesi più piccoli si incontrano gruppi di curiosi che incitano e salutano.triathlon-internazionale-bardolino-004
L’alternanza continua di salite e lunghi rettifili da oltre 40 all’ora mettono a dura prova i partecipanti, che nelle prime fasi cercano un gruppo di riferimento, omogeneo con le proprie prestazioni, per scambiarsi un po’ di scia.
Ma Bardolino è bastardo: quelli che sul dritto sono dei treni, magari in salita arrancano un po’, mentre altri che fino a quel momento se ne sono stati al coperto, a volte più leggeri, ne approfittano in salita, e alla fine i gruppi si sgranano, e non resta che spingere, o intraprendere una strategia più conservativa e restare con un gruppo. Si cambiano rapporti, ci si spruzza in gola un po’ d’acqua, un paio di gel, intanto le gocce di sudore colano lungo le guance e si respira con rabbia, in cerca di ossigeno.
Si respira un po’ solo nella seconda parte del percorso, con un finale mozzafiato su stretti tornanti in discesa verso il lago, godendo di una vista superba.
Il tempo di apprezzare le bellezze del luogo è minimo, in men che non si dica si è già a sfilare sul lungolago verso la T2, ovvero la seconda transizione: si entra in zona cambio con la bicicletta al fianco, con i più scafati che la guidano per la sella, la si riappende ai sostegni, via il casco, ci si infila le scarpe e via di nuovo: ci aspettano 10 chilometri di corsa!
Sono circa le 3 del pomeriggio ed il caldo si fa sentire, soprattutto dopo un’ora e un quarto di pedalate. Sul lungolago si forma un lungo serpentone di atleti che corrono, che si sorpassano, che si fermano per un po’ d’acqua, nascondendo dietro gli occhialoni areodinamici e le visierine parasole i segni della fatica.
Due giri, dalla zona della partenza fino al giro di boa due chilometri e mezzo più a nord, sempre costeggiando il lago, in un percorso in gran parte ombreggiato.
Si parte arrembanti, ma presto le gambe si appesantiscono, il tempo ora scorre lento, e si ha il modo di osservare gli altri concorrenti, il pubblico, mentre si pensa che è ancora lunga, si spera che un crampo non venga a fermarci a un passo dalla fine. Ogni tanto si scorgono altri compagni di squadra, chi più avanti, chi più attardato, e ci si saluta, ci si dà coraggio, siamo tutti sulla stessa barca.
Gli ultimi chilometri paiono non passare mai, ma alla fine arriva il centro storico, le incitazioni dei turisti, la finish-line sullo sfondo e allora ci si dimentica del male alle gambe, dei crampi che un minuto prima scendevano nelle cosce, sul viso la smorfia di fatica si trasforma in un sorriso di soddisfazione liberatorio mentre con un occhio si guarda al tempo sul tabellone e ci si gode la musica sparata a palla dagli altoparlanti.

Dopo sono solo pacche sulle spalle dei compagni già arrivati, attesa per quelli che devono ancora arrivare, e chiacchiere ai tavoli del pasta party, commentando le sensazioni provate, i problemi superati, la soddisfazione e le delusioni per le proprie aspettative.
E risate, tante risate, con occhi scintillanti e la stanchezza che affiora sotto la pelle, sotto quel numero di gara tracciato sulla spalla.
E come per magia la fatica si è trasformata in gioia.